Chott Xtreme Marathon 2008

chott2

La mia (nostra) prima maratona in Africa… un’odissea, davvero un’odissea. In Africa, starete pensando… e invece no!!! In Italia, tra Firenze e Roma…

Venerdì 10 ottobre, alle 19.15 abbiamo il volo da Roma per Tunisi, quindi, diligentemente, prendiamo l’Eurostar a Firenze alle 13.53 per essere a Roma alle 15.30, e tutto va bene fin nelle vicinanze di Orvieto, quando il treno si ferma metà dentro e metà fuori da una galleria.

Alcuni minuti di silenzio… forse ora riparte… invece il primo annuncio: “15 minuti di ritardo”, vabbè pazienza… dopo 20 minuti il secondo annuncio: “il guasto non è riparabile, dobbiamo aspettare un treno di soccorso”… che si presenta dopo altri 45 minuti.

Poi l’assurdo: non siamo potuti scendere dalle carrozze e salire sull’altro treno, ma anzi hanno pensato bene di stendere “per motivi di sicurezza” una traballante passerella di fortuna tra le prime carrozze dei due treni, ed OGNUNO, uomo, donna, bambino, anziano, con i suoi bagagli, ha dovuto in fila indiana percorrere tutte le carrozze fino alla prima, trasbordare sull’altro Eurostar, e ripercorrerlo fino a trovare un posto libero. Cosa per alcuni impossibile perché, essendo solo di 10 carrozze invece che di 12, aveva meno posti disponibili.

Per quasi 1000 persone, l’operazione ha richiesto un’altra ora. Ma non è finita qui: a quel punto, eravamo comunque sulla linea ad alta velocità a circa un’ora da Roma e con linea liberissima davanti, ma hanno comunque deciso di sacrificarci del tutto. Ci hanno messo sulla linea vecchia, quella che passa per tutte le città, e ci hanno persino fatti fermare un po’ ad Orte, giusto per essere sicuri di farci arrivare con almeno 3 ore di ritardo (su 1h e 35 min di percorso).

Siamo giunti a Termini alle 18 e 30, e anche con la prima navetta disponibile non saremmo arrivati a Fiumicino prima delle 19.10, per veder partire il volo per Tunisi alle 19.15 e salutarlo con la mano, visto che era in perfetto orario.

Nonostante tutta questa scalogna devo per fortuna dire che Daniela ed io siamo stati nel frattempo seguiti più che amorevolmente dallo staff di TERRAMIA, l’agenzia che organizzava insieme a ZITOWAY la “Chott Xtreme Marathon 2008”. Non appena li ho contattati per avvisarli del problema mi hanno seguito passo passo cercando di fare tutto il possibile, ma neanche loro potevano fermare l’aereo.

Anche se fermare l’aereo non è stato possibile, TERRAMIA è comunque riuscita, contattando le 2 Compagnie aeree interessate, TUNISAIR e SEVENAIR, ad imbarcarci sul primo volo disponibile l’indomani mattina, sabato 11, senza pagare alcuna penale, nonostante la responsabilità della mancata partenza fosse, in fondo, anche nostra.

Quindi sabato 10, alle 11.15, partenza finalmente per Tunisi (e qui ringrazio anche Andrea della TUNISAIR di Fiumicino per l’assistenza), scalo e ripartenza per TOZEUR, nel sudovest della Tunisia. Arrivati all’aeroporto Maurizio, della TERRAMIA, era lì ad accoglierci per portarci finalmente all’Hotel Caravanserrail, nell’oasi di Nefta, la “porta del deserto”.

Arriviamo quindi in albergo dopo 28 ore di viaggio, giusto in tempo per il briefing della ZITOWAY sulla Maratona del giorno dopo: attenti al caldo, attenti al vento, attenti alla sabbia, attenti che ci sono solo 3 ristori, avete il fischietto ? e la borraccia ? e il telo di sopravvivenza ? Firmiamo iscrizione e liberatoria, prendiamo i pettorali e… ho il 17. Proprio il 17, e Daniela il 16.

Sono perplesso, non credo alla sfiga ma mi sembra una presa in giro del destino.

Vabbè, siamo stanchi morti, non possiamo mangiare troppo perché domani si corre, meglio preparare l’equipaggiamento ed andare a dormire, visto che la partenza è all’alba.

Allora ecco che sul letto sistemo in bell’ordine canottiera della “Podistica Valdipesa”, cappellino con copri-nuca, fuseaux già “provati”, le Reebok A3 ammortizzanti e anche loro belle provate, cintura da sopravvivenza con 2 borracce, telo d’emergenza, fischietto, MP3 (che fa parte della sopravvivenza) con le pile di riserva, e fazzoletto-bandana di riserva, GPS da polso, bracciale con cellulare (visto che, stranamente, sembrava che prendesse).

Daniela, dall’altra parte del letto faceva i miei stessi gesti spaziando dall’angoscia alla disperazione (“ma dove mi hai portato ???).

Magari ero teso anch’io, ma con la stanchezza arretrata si dorme tutti e due bene o quasi.

Ok, sveglia alle 6, colazione, preparazione, l’alba e la partenza sono alle 7 e 30. Siamo pochi, 35 di cui 28 italiani e 7 americani, 21 per la maratona completa e 14 per la mezza.

Dai discorsi della sera prima ho capito che molti sono veterani, quasi tutti hanno già corso nel deserto, diversi anche una 100 km o di più.

chott5

Ma ora il tempo delle chiacchiere è finito, pochi convenevoli, alle prime luci, si parte: accendo l’MP3, do il via al GPS, e cerco di iniziare a correre in maniera piuttosto sciolta. I primi 3km e mezzo sono all’interno dell’oasi, non ci saranno più di 20 gradi, sento le gambe in forma e quindi vado via bene, senza spremermi troppo ma comunque piuttosto sostenuto, il GPS mi dice sui 4’20’’/km.

Mi sento bene, la musica mi spinge sulla strada polverosa tra le palme da dattero più rigogliose che io abbia mai visto, quando… mi giro e accanto non ho nessuno.

Ma come… sto seguendo il quad della gara, è lì davanti, non posso aver sbagliato strada.

Mi giro indietro, ci sono 2 atleti che mi seguono ad una 50 di metri e ed il resto ancora più dietro.

Ricontrollo il Garmin, non è che sono partito di nuovo a razzo come domenica scorsa a Signa, sfrecciando (per me) a 3’e 45’’ per poi sgonfiarmi al 15 km ?

No, questa volta il GPS mi dice davvero 4’ e 20’’.

Perché gli altri vanno più piano ?

Sprovveduti gli altri non sono, visto che molti altre corse in questo ambiente ne hanno fatte.

Sarà perché qui non conviene per nulla partire forte ?

Mi sembra più probabile, ma che faccio, rallento davvero anch’io ?

Sono ancora al primo km, decido per una strategia: continuo sui 4’ e 20’’ finchè non comincio a sentire il caldo oppure finchè il terreno non si fa cedevole, e poi si vedrà.

I 3 km passano, e siccome la strada nell’oasi tra le palme è piuttosto tortuosa, alla fine vedo dietro di me solo i 2 inseguitori ad un centinaio di metri, il resto sarà più indietro.

In uscita dall’oasi arriva la sabbia, e questa è davvero una brutta notizia: correre sulla sabbia è duro, devo rallentare e parecchio. Le curve sulla pista non mi fanno ancora vedere i 2 che vengono a riprendermi, ma sicuramente sono vicini: beh, almeno ho la soddisfazione di dire che sono stato primo per 4 km.

Dopo un po’, però, la gradita sorpresa: la sabbia vera e propria delle piccole dune, dopo una leggera distesa, lascia il posto al fondo del lago salato vero e proprio, il Chott appunto, secco e piatto all’orizzonte come un biliardo.

Con profonda soddisfazione, mi accorgo che qui il fondo, costituito da sabbia e sale mescolati e asciugati insieme, è molto più compatto della sabbia fine, sembra un po’ come correre su uno sterrato polveroso e non battuto. Non ti spinge come l’asfalto, ma non ti rallenta neanche come la sabbia.

Di colpo sono felice: sono già al 5 km, mi sento in perfetta forma, ho ancora parecchia acqua nelle borracce, il sole è basso sull’orizzonte e ancora non scalda, il percorso sarà ormai quasi tutto su questo tipo di fondo, sono il primo e davanti a me c’è il nulla.

In fondo, è per questo che sono qui.

Mi giro indietro, gli inseguitori hanno superato anch’essi le piccole dune e sono nel lago, ma credo di avere 2 o 300 metri su di loro: guardo di nuovo avanti, nel nulla c’è solo il quad apripista che traccia la strada.

Ok, decido di spingere: finchè non arriverà il caldo, se quelli mi vogliono prendere, devono tirare.

Riprendo a viaggiare sui 4’ e 20’’, che su asfalto e senza i pesi che ho addosso dovrebbero corrispondere a 4’-4’e 05’’, il sole non è ancora alto, ma comincio ad avere sete: le borracce sono quasi finite, ma il GPS mi dice che sono ad oltre 9 km, ed il primo ristoro dovrebbe essere all’11° km.

Eccolo lì, un puntolino all’orizzonte. Con una lentezza esasperante, il puntolino prima si ingrandisce, poi si sdoppia e si triplica, fino a diventare una bandiera, un banchino, 2 uomini e un altro quad.

Arrivo, apro le borracce e i due arabi me le riempiono di thè caldo. Mentre bevo dei sali, Adriano Zito, il direttore della corsa, mi incoraggia; ma ad incoraggiarmi è lo sguardo sugli inseguitori: avrò 500 metri su di loro, anche se è difficile stimare le distanze nel nulla.

In meno di 1 minuto riprendo le borracce e la gara, seguendo le tracce del quad apripista fino a che non intravedo all’orizzonte i puntolini colorati che indicano la pista da seguire.

Macino chilometri, volutamente senza guardare indietro: se mi stanno raggiungendo, voglio saperlo solo all’ultimo, per non deprimermi.

Il sole purtroppo si alza, ed oltre ad alzare la temperatura fa alzare anche il vento, e quest’ultimo comincia a “tirare” insieme alla sabbia raccolta sulla superficie.

Comincio a sentire i primi appesantimenti, fastidi e doloretti vari, le gambe non sono più scattanti, ma d’altra parte il GPS mi dice che ho fatto 18 km.

Guardo con più attenzione l’orizzonte, mi rendo conto che c’è qualcosa là in fondo: non posso sbagliarmi, è il ristoro della metà gara.

Il morale torna alto, mi arrischio a girarmi, e vedo minuscole sagome in lontananza. Sono davvero minuscole, quindi devono essere davvero lontane, ma sono 3, non 2.

Peccato, terzo sarebbe sempre un ottimo risultato, sei sul podio, mentre quarto saprebbe di beffa.

Beh, vedremo.

Un quarto d’ora e arrivo al ristoro, che in realtà scopro è il quartier generale dell’organizzazione della gara. Tanti quad, fuoristrada, carri ed almeno una ventina di persone.

Mentre mi avvicino, tutti applaudono: ma proprio a me ? stanno proprio applaudendo me ? E chi se no, mi dico… ci sei solo tu qua…

In fondo sono primo, ma mi sento come se fossi primo per caso, non mi è mai capitato.

Però sono già alla mezza, le gambe girano ancora anche se non al 100%, e forse neanche all’80%.

Stessi frenetici gesti, riempi le borracce di thè, bevi dei sali, qualcuno mi parla ma tra MP3 e vento non capisco nulla.

Un minuto scarso e sono di nuovo di corsa, e c’è una brutta sorpresa: prima il vento l’avevo quasi di spalle, mi dava poco fastidio, ora ce l’ho quasi di fronte, e si sente eccome.

Volo con il parapendio da diversi anni, sono abituato a stimare con precisione il vento, sarà non meno di 25 km/h, che sommati alla mia velocità di 13-14 km/h, vuol dire quasi 40 km/h di vento relativo contrario, che ti spara la sabbia dappertutto (dopo la gara me la ritroverò pure negli slip).

In aggiunta, anche il fondo sembra più cedevole e meno compatto, sono un po’ in difficoltà, non posso che rallentare.

Però mi giro, e vedo che gli inseguitori sono ancora fermi al ristoro: è difficile stimare le distanze in un terreno piatto e privo di riferimenti, ma direi che ho un km buono su di loro.

Continuo a correre spingendo quanto il buon senso mi permette di fare, però noto con piacere che il percorso sta convergendo su quello dell’andata, e vedo diversi corridori che procedono in senso inverso. Sono molti km dietro di me, quindi, tutto sommato è incoraggiante.

Ho anche fortuna ed intravedo in lontananza Daniela, in gruppo insieme ad un’altra ragazza e ad un uomo: ha molte persone dietro di lei sulla pista, sta andando bene, speriamo che non abbia crisi.

Le borracce si svuotano rapidamente, ma intanto mi sono avvicinato al 30° km, e sono ancora solo.

Arrivo al terzo ed ultimo ristoro, che poi coincide con il primo, perché il percorso si è ricongiunto nel frattempo alla pista dell’andata.

Borracce riempite, sali bevuti, via di nuovo: sono io la lepre, statemi dietro. Non sono mai stato primo, è così dannatamente motivante, non sono mai andato così forte, le gambe mi fanno male ma vanno ancora, sarà la rabbia contro Trenitalia.

Ormai sono di nuovo verso l’oasi, la vedo in lontananza, altri 6-7 km e ci sarò dentro, al riparo dal vento e dal caldo, a differenza di chi mi insegue.

Cominciano i dolori veri, erano molte gare che non li provavo: polpacci, bicipiti femorali e parte bassa dei quadricipiti, vicino al ginocchio.

Sento proprio i “morsi” della fatica, ma cerco di mantenere un passo molto “scivolato” e leggero, che mi faccia risparmiare più forze possibile.

Dopo un’altra mezzora sono alle dune di sabbia, una fatica bestiale, ma poi le supero e sono dentro l’oasi.

E sono ancora primo.

Ultimi 3 km dice il GPS, ma sono a pezzi.

E poi, finchè ero all’aperto, potevo vedere l’avvicinarsi di qualcuno. Ora, per quanto io cerchi di tenere un ritmo accettabile, non vedo oltre l’ultima curva di questa tortuosa stradina tra le palme, e sto rallentando.

Se uno da dietro riesce a partire a 4’, ed io sto andando a 5’20’’, può recuperarmi anche un km. Avevo un km di vantaggio ? Credo di sì, ma su quel dannato lago secco la luce ormai creava quasi dei miraggi, e magari avevo uno dietro…

Faccio segno al quad che mi precede, lui si lascia raggiungere.

“Quanto ho sul secondo ?” chiedo a fatica.

“Sono in buio radio, appena posso informarmi te lo faccio sapere”.

Questo “appena” non succede prima di un altro km e mezzo; “il secondo è un paio di km dietro di te”.

“Allora ho vinto!!??”

“Sì, sei andato forte”.

L’ultimo km è un misto di sofferenza e di esultanza, ma trovo anche la forza di un ultimo scatto per passare con una certa energia sotto l’arco dell’arrivo.

Ho vinto.

Mai successo.

Mi sento un vincitore per caso.

3h 19m 12s.

Con equipaggiamento addosso, sole, vento, sabbia e sale.

Non so a quanto corrisponderebbe in una maratona su asfalto, ma so di non essere mai andato così forte in vita mia. Soprattutto di testa.

L’arrivo è proprio davanti all’albergo, bevo, scappo in camera, doccia, mi cambio, ed infine mi incammino sul percorso per andare incontro a Daniela.

Incontro gente in arrivo, distrutta dal caldo, dal vento, dalla fatica. Molti camminano o trotterellano appena.

Incrocio la prima delle 3 donne in gara. Purtroppo Daniela non potrà essere prima, ma qui il successo è semplicemente arrivare.

Mi sembra di camminare un po’ troppo, dov’è Daniela ? Prendo il cellulare e provo a chiamarla perché so che anche lei ce l’ha nella cintura di sopravvivenza. Suona libero, ma non risponde: forse il suo MP3 ha il volume troppo alto.

Devo cominciare a preoccuparmi ?

No, dietro una curva ecco che compare: un po’ cammina e un po’ corricchia, ma è sorridente.

Ritorno al traguardo insieme a lei, che arriva 2° su 3 donne nella maratona.

La sera cerimonia di premiazione, prendo la mia bella coppa sul podio, foto e… sorpresa finale.

Adriano Zito annuncia che al vincitore assoluto sarà offerta, come ogni anno, la partecipazione gratuita all’edizione del prossimo anno, per difendere, con il pettorale numero 1, il titolo conquistato.

Non lo sapevo, non solo ho vinto la gara, ma ho anche vinto il viaggio e la partecipazione per il prossimo anno !!!

Penso a Trenitalia, al numero 17, al fatto di non aver mai vinto una gara in vita mia.

Sono qui sul podio di una maratona nel deserto, 24 ore dopo essere arrivato in Tunisia e poche ore prima di ripartire per essere in Italia il giorno dopo, lunedì mattina.

Com’è che scrisse Cesare al Senato ?

Veni, Vidi, Vici.

Giovanni

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s